un quaderno non dimentica
Conservo quaderni che apro dopo molto tempo.
Quando li riprendo non guardo soltanto le parole. Guardo la grafia, la pressione della penna, le righe saltate, le frasi lasciate a metà. Alcune pagine sono ordinate. Altre sembrano scritte durante una fuga. In certi giorni avevo molte cose da dire; in altri cercavo soltanto un posto dove mettere una frase.
La carta conserva anche questo.
Un file conserva il testo. Il quaderno conserva il gesto che lo ha prodotto: la fretta, l’incertezza, la stanchezza, una parola cancellata e poi riscritta. Non è una differenza sentimentale. Quando torno su una pagina, quei dettagli mi aiutano a ricordare che cosa stavo cercando di capire.
Un appunto senza contesto serve poco. Lo so per esperienza: ho lavorato per anni con documenti, archivi e sistemi nei quali le informazioni c’erano, però nessuno riusciva più a ricostruire perché fossero state raccolte, chi le avesse prodotte o quale decisione dovessero sostenere.
La memoria ha bisogno di riferimenti. Una data, un luogo, una persona, un problema. Anche un oggetto può fornire quel riferimento.
Un libro sottolineato mi ricorda una lettura. Una ricevuta può riportare a un viaggio. Una vecchia penna può ricordare il tavolo sul quale ho scritto per la prima volta una certa idea. L’oggetto non contiene la memoria come un hard disk contiene un file. Mi permette di riaprire una situazione.
Per questo continuo a conservare quaderni e libri annotati. Alcune pagine resteranno inutili. Altre torneranno fuori quando avrò bisogno di capire da dove è cominciato un pensiero.
La carta non ha bisogno di aggiornamenti, plugin o abbonamenti. Rimane lì, con i suoi difetti, e aspetta che io impari a leggere quello che avevo scritto.
A volte una frase vecchia mi restituisce un problema che credevo superato. A volte mi mostra che lo avevo capito soltanto a metà.
Anche questo è un modo di ricordare.
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