omnia mea mecum porto

pagina di diario sulla scrittura, sull’attenzione e sulla sovranità della voce

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Questa mattina avevo scritto un’e-mail.

Avevo intenzione di inviarla a una persona che stimo, ma con cui, ultimamente, il rapporto è diventato teso. Cercavo parole che potessero esprimere la verità senza ferire, e che potessero difendere la dignità senza trasformarsi in un processo, dove ognuno arriva già con la propria sentenza.

Poi, mentre cercavo di copiarla, l’e-mail è scomparsa.

Per qualche minuto ho tentato di recuperarla. Ho controllato gli appunti, la cronologia, le finestre aperte, quei piccoli anfratti digitali nei quali talvolta sopravvivono le nostre parole. In seguito ho pensato che forse la perdita avesse un significato.

Non credo molto nei segni del destino, soprattutto quando vengono invocati per affidare al cielo le decisioni che dovremmo assumere noi. Il destino, in questi casi, rischia di diventare un impiegato al quale consegniamo le pratiche che non desideriamo firmare. Esistono tuttavia incidenti che interrompono un gesto e ci costringono a domandarci se quel gesto fosse davvero necessario.

Quell’e-mail, probabilmente, aveva già svolto la propria funzione. Mi era servita per capire ciò che provavo. Aveva dato una forma al disagio, separato i fatti dalle interpretazioni, distinto la ferita dalla vanità. Che dovesse anche raggiungere il destinatario era una conclusione possibile, non inevitabile.

Anche questo è scrivere.

Alcune parole devono arrivare a qualcuno. Altre devono soltanto attraversare chi le scrive, portare via un sedimento, chiarire una posizione e infine scomparire. Pretendere che ogni pensiero diventi comunicazione significa ridurre la scrittura a un sistema di scarico: tutto viene riversato all’esterno, nulla viene trattenuto, filtrato o trasformato.

Io scrivo soprattutto per apprendere.

Lo faccio spesso a mano, perché la mano impone al pensiero una velocità diversa. La tastiera consente alle parole di correre; la penna le obbliga a camminare. Nel tempo necessario a tracciare una frase, la mente può accorgersi di una contraddizione, cambiare direzione, riconoscere un collegamento che la rapidità avrebbe calpestato.

Scrivere a mano è per me una forma di memoria deliberata. Il pensiero passa attraverso il corpo, si deposita sulla carta e lascia una traccia che non coincide soltanto con il contenuto della frase. Ricordo il luogo, il quaderno, l’inclinazione delle righe, talvolta persino il momento in cui una parola è stata cancellata e sostituita.

Il supporto partecipa al significato. Una frase scritta sul margine di un quaderno, durante una riunione o in una sala d’attesa, porta con sé un’ombra dell’occasione che l’ha generata. La stessa frase, ricopiata in un documento ordinato, sembra già appartenere a un altro regime: si è scrollata di dosso la polvere del viaggio e indossa adesso un abito da cerimonia.

Molti di questi appunti non diventeranno articoli. Devono restare ciò che sono: tentativi, esercizi, frammenti, luoghi nei quali la conoscenza ha cominciato a prendere forma.

La pubblicazione viene dopo.

Dire che scrivo per comprendere spiega il mio bisogno, ma non offre ancora una ragione al lettore.

Chi legge non è tenuto a interessarsi al mio processo di apprendimento. Il fatto che una pagina mi abbia aiutato a chiarire un pensiero non significa che quella stessa pagina meriti il tempo di un’altra persona. Sarebbe come invitare qualcuno a cena e, invece di servirgli il piatto, mostrargli con orgoglio il lavello pieno di stoviglie.

Tra il quaderno e l’articolo deve avvenire una trasformazione.

Mi sembra di poterla descrivere attraverso l’acqua.

I pensieri sono sorgenti, infiltrazioni, piogge improvvise, torrenti che compaiono dopo un temporale e talvolta scompaiono prima di raggiungere la valle. Alcuni si disperdono nel terreno. Altri alimentano falde invisibili. Altri ancora convergono fino a formare un corso d’acqua abbastanza profondo da sostenere una barca.

Le barche sono gli articoli.

Non tutta l’acqua deve diventare un canale navigabile. Nei grandi sistemi idraulici dell’antichità una parte penetrava nel terreno, alimentava pozzi, irrigava campi lontani, riappariva altrove. La sua apparente dispersione apparteneva al ciclo che rendeva possibile la vita.

Lo stesso accade ai pensieri.

Un appunto può avermi insegnato qualcosa senza possedere una forma pubblica. Una riflessione può irrigare altri pensieri, nutrire un progetto futuro, entrare molti anni dopo in un libro. Anche un testo abbandonato può avere svolto un lavoro sotterraneo.

Pubblico quando ciò che ho compreso quando ho la presunzione di immaginare che questo può aiutare qualcun altro a vedere.

Credo che questo sia il valore che posso offrire.

Ho attraversato per molti anni organizzazioni complesse, ambienti regolamentati, sistemi tecnici, amministrazioni e progetti nei quali ogni decisione apparentemente locale produceva conseguenze lontane. Ho visto procedure perfette sulla carta e quasi inutilizzabili nel lavoro reale. Ho visto tecnologie annunciate come rivoluzioni ridursi a nuovi strati di burocrazia. Ho visto dati formalmente disponibili e sostanzialmente inaffidabili. Ho visto persone competenti logorarsi nel tentativo di correggere sistemi che ricavavano la propria stabilità proprio dalle loro disfunzioni.

Da queste esperienze ricavo soprattutto distinzioni.

Posso forse mostrare che un problema definito tecnico possiede spesso un’anatomia organizzativa. Posso collegare la gestione di un sistema informativo alla memoria, alla responsabilità, alle forme del potere e ai limiti della conoscenza. Posso mettere in comunicazione territori che nelle imprese e nelle discipline vengono tenuti separati: tecnologia e filosofia, organizzazione e linguaggio, metodo e coscienza, processo e lavoro reale.

Le organizzazioni amano separare ciò che nella realtà agisce insieme. Creano uffici, discipline, competenze, funzioni, livelli di responsabilità. Poi si stupiscono quando il problema attraversa tutte le frontiere disegnate per contenerlo. È il destino di molte classificazioni: servono per orientarsi e, appena dimentichiamo che sono strumenti, diventano muri.

Il mio lettore ideale non deve essere d’accordo con me. Mi basta che, terminata la lettura, disponga di una domanda migliore, di una distinzione più precisa o di una posizione nuova dalla quale osservare il problema.

Scrivo per comprendere.

Pubblico quando ciò che ho compreso può diventare una mappa anche per altri.

Nel novembre del 2025 avevo descritto la figura del «monaco di vetro», una postura professionale fondata sul distacco, sulla trasparenza e sul rigore metodologico.

Il monaco di vetro vive dentro l’organizzazione senza consegnarle interamente la propria identità. Documenta, rende verificabile il proprio lavoro, parla poco, costruisce ordine e rinuncia ad attendere il riconoscimento come ricompensa necessaria.

Rileggendo oggi quel testo, vi riconosco una strategia difensiva.

Il vetro rende visibili e protegge. Consente agli altri di osservare ciò che avviene, ma conserva una separazione. Il monaco di vetro costruisce intorno al proprio metodo una parete trasparente: nessun nascondiglio, nessuna opacità, nessuna facile accusa. Egli sopravvive producendo prove, documentazione e coerenza.

Quella figura nasceva nel territorio del lavoro. Doveva proteggere l’integrità professionale in ambienti nei quali la precisione poteva essere interpretata come critica, la competenza come minaccia e il rigore come indisponibilità relazionale. La sua forza risiedeva nella capacità di distinguere ciò che dipendeva da lui da ciò che apparteneva al giudizio altrui.

Oggi sento il bisogno di un’altra figura.

Il monaco dell’acqua conserva la disciplina del monaco di vetro, ma la dirige verso un compito differente. Deve governare un patrimonio di conoscenza, esperienze, letture, manoscritti, articoli, intuizioni e progetti.

Il vetro separa e rende visibile.

L’acqua collega e trasforma.

Il vetro conserva la forma che gli è stata data. L’acqua assume la forma del recipiente, scava la roccia, evapora, ritorna come pioggia, penetra nel terreno e ricompare a distanza. Il suo movimento ricorda più fedelmente il modo in cui penso: un’idea nasce durante una lettura, riappare in una riunione, incontra un ricordo professionale, si collega a un autore antico e soltanto molti mesi dopo trova la propria forma.

Il monaco di vetro difendeva il metodo dall’ambiente. Il monaco dell’acqua deve impedire che il patrimonio si disperda.

Nel «Monaco di vetro» avevo usato l’immagine del porto e del mare aperto. L’organizzazione offriva sicurezza e rifornimento; le attività vocazionali rappresentavano il mare nel quale cercare libertà e realizzazione.

Ora penso che quel mare debba essere cartografato.

Uscire dal porto è soltanto il primo gesto. Occorre riconoscere le correnti, evitare le secche, costruire approdi e decidere quali merci valga la pena trasportare. Un navigatore privo di mappa può vantarsi della propria libertà, ma rischia di girare per anni intorno alla stessa isola.

La regola dell’acqua nasce da questa necessità.

Ho pubblicato più di duecentoventi articoli su Stultifera Navis. Ho scritto un libro. Ho sperimentato Zenodo, Substack, Medium e altri luoghi nei quali un testo può essere depositato, letto o dimenticato. Ho aperto questo sito personale, inizialmente perché il suo indirizzo compare nel mio libro e desideravo che un lettore potesse trovarmi.

Adesso comprendo che questo sito non può rimanere una semplice targa.

Deve diventare la città.

Una città vive quando l’acqua vi arriva, viene distribuita e raggiunge i luoghi nei quali serve. Le mura possono difenderla e il nome può renderla riconoscibile sulle carte, ma sono i flussi a mantenerla viva.

I Romani costruivano acquedotti capaci di condurre l’acqua per chilometri affidandosi alla gravità, alla misura e a pendenze minime. La grandezza dell’opera nasceva da una disciplina quasi invisibile: l’acqua sembrava procedere naturalmente, ma dietro quella naturalezza esistevano calcolo, manutenzione e governo.

Vorrei applicare lo stesso principio alla mia scrittura.

Il quaderno è la sorgente.

I dossier tematici sono le cisterne.

Lo studio e la revisione sono i canali.

Gli articoli sono le barche.

Il sito è la città nella quale quelle barche approdano e vengono conservate.

Le piattaforme esterne sono porti, mercati e stazioni di scambio. Possono essere utili, ma nessuna di esse deve possedere l’intero sistema idrico.

Per anni ho affidato i miei scritti a piattaforme create da altri, e non me ne pento. Le riviste offrono contesto, stimoli intellettuali, visibilità e opportunità di confronto, diventando spesso tappe fondamentali nel percorso di uno scrittore.  Tuttavia, arriva un momento in cui è necessario riprendere il controllo e gestire il proprio lavoro in modo indipendente.

Quando una relazione editoriale si incrina, emerge la dipendenza che avevamo accettato. Scopriamo che una parte consistente della nostra identità pubblica si trova in un territorio sul quale esercitiamo un’autorità limitata.

La risposta più utile, almeno per me, è la sovranità.

Il mio sito diventerà il punto di riferimento per la mia opera. Le collaborazioni continueranno quando saranno sensate, basate su rispetto e reciprocità, e quando il testo e il luogo si arricchiranno a vicenda.  Resta però fondamentale che il fulcro rimanga il mio.

La sovranità editoriale non richiede isolamento. Roma governava strade che conducevano anche fuori da Roma. Il centro è tale perché ordina le relazioni con la periferia, non perché le interrompe.

Esiste poi un altro problema: il rumore di fondo.

Da radioamatore conosco la differenza tra il silenzio e l’assenza di segnale. Il silenzio può essere una condizione di ascolto. Il rumore di fondo, invece, occupa la banda e rende difficile distinguere una voce.

LinkedIn mi appare sempre più come una porzione dello spettro nella quale troppe stazioni trasmettono contemporaneamente. Ognuna cerca di sovrastare le altre aumentando la potenza, ripetendo il proprio nominativo, rendendo il messaggio più semplice, più forte, più emotivo.

È una piazza nella quale tutti hanno ricevuto un megafono e quasi nessuno ha più motivo di ascoltare.

Il risultato è una massa di segnali che, considerati singolarmente, potrebbero anche possedere un valore, ma che sovrapposti diventano quasi inintelligibili.

Quando entro in quella banda, consumo tempo nel tentativo di separare le voci. La piattaforma mi invita a restare, a scorrere, a controllare una reazione, a osservare un aggiornamento, a rispondere a qualcuno. Alla fine della sessione ho ricevuto decine di frammenti e quasi nessuna conoscenza.

Per me questo costo è diventato troppo alto.

L’attenzione che disperdo nel rumore è la stessa che mi manca quando devo leggere, studiare o seguire un pensiero abbastanza a lungo da capire dove conduce.

Il tempo non viene soltanto sottratto. Viene frantumato.

Una mattina di studio può andare persa in dieci minuti di distrazione, perché la mente continua a ronzare sulle frequenze appena esplorate. Riprendere il quaderno richiede un lento e graduale ritorno alla concentrazione.

Le piattaforme conoscono bene questo fenomeno. Chiamano «coinvolgimento» ciò che, osservato dall’altra parte dello schermo, somiglia spesso a una successione di interruzioni. Il nome è elegante, come accade alle parole inventate per conferire dignità industriale alle nostre debolezze.

Medium mi è stato utile soprattutto come ricevitore. Seguo autori, raccolgo idee, osservo argomenti e prospettive. Le interazioni con i miei articoli sono poche, quasi inesistenti, malgrado circa cento persone abbiano scelto di seguirmi. Questo dato non mi offende. Mi informa.

Medium, per me, è principalmente un luogo di ascolto.

Substack potrebbe svolgere una funzione analoga, forse con una selezione più intenzionale. Potrei iscrivermi alle pubblicazioni di persone che ritengo interessanti, riceverle nella posta elettronica e leggere senza abitare necessariamente un altro flusso sociale.

Entrare in Substack non mi obbliga a trasmettere.

Posso ricevere.

Posso ascoltare.

Posso studiare il modo in cui altri costruiscono una relazione con i propri lettori.

Posso capire quali frequenze risultino già affollate e quali messaggi rimangano assenti.

Anche l’ascolto è una forma di presenza. In certe epoche, forse, è persino la più rara.

Trovo intrigante l’immagine di certi radioamatori che trasmettono con parsimonia. Quando il loro nominativo viene sentito sulla frequenza, molti si affrettano a stabilire un contatto. La scarsità delle loro trasmissioni ne aumenta l’attrattiva.

Devo però evitare un’illusione.

Il silenzio, da solo, non produce prestigio. Una stazione che non trasmette può essere attesa oppure dimenticata. La storia è piena di uomini convinti che il mondo interpretasse il loro silenzio come profondità, mentre il mondo, meno cerimonioso, non si era accorto della loro assenza.

La trasmissione rara acquista valore quando esistono una reputazione, una qualità costante del segnale e la certezza che quella stazione non occupi inutilmente la frequenza. Il radioamatore atteso è riconoscibile. Quando parla, porta qualcosa: un collegamento difficile, un’esperienza, una competenza, una voce che non somiglia alle altre.

Vorrei applicare questa regola alla pubblicazione.

Non desidero produrre continuamente contenuti. La parola «contenuto», del resto, mi sembra spesso la confessione involontaria di un vuoto. Indica qualcosa destinato a riempire uno spazio senza chiarire perché quello spazio dovesse essere riempito. Anche un bidone possiede un contenuto; la questione decisiva rimane ciò che vi è stato messo dentro.

Vorrei trasmettere soltanto quando il segnale è sufficientemente pulito.

Questo richiede una forma di disciplina monastica:

scrivere prima di accendere le stazioni degli altri;

raccogliere le intuizioni senza obbligarle a diventare articoli;

lavorare su una domanda principale alla volta;

lasciare sedimentare i testi;

distinguere esperienza, memoria, fonti, inferenze e ipotesi;

pubblicare quando il testo offre al lettore una mappa, una distinzione o una domanda necessaria;

conservare la versione definitiva in un luogo sottoposto al mio governo;

evitare che la distribuzione cominci a comandare sulla scrittura.

La frequenza della trasmissione verrà dopo.

Potrà essere mensile, bimestrale o irregolare. Conta maggiormente la promessa implicita: quando questa stazione trasmette, cerca di non aggiungere rumore.

Sono arrivato a un punto della vita professionale nel quale il problema principale non consiste più nel dimostrare di poter produrre.

Ho prodotto molto.

Ho scritto centinaia di articoli, documenti, progetti, analisi e metodi. Ho accumulato esperienze in organizzazioni molto diverse. Ho attraversato tecnologie, procedure, strutture di potere, fallimenti e trasformazioni. Ho osservato abbastanza a lungo le macchine organizzative da sapere che ciò che appare ordinato dall’esterno spesso nasconde un’intera archeologia di compromessi.

Il compito presente è selezionare.

Devo decidere quali pensieri meritino acqua, quali canali debbano essere chiusi, quali campi non vadano più irrigati e quali barche valga ancora la pena costruire.

La disciplina che cerco non coincide con quella di chi deve scrivere ogni giorno un certo numero di parole. Quel genere di regolarità può essere utile, ma rischia di confondere la pratica con il risultato e la quantità del raccolto con la fertilità del terreno.

La mia regola deve governare l’attenzione.

Prima viene il silenzio.

Poi l’ascolto.

Poi la scrittura a mano.

Poi il tempo durante il quale un’idea incontra altre idee e smette lentamente di appartenere soltanto all’occasione che l’ha generata.

Infine, forse, viene l’articolo.

Scrivere per apprendere significa accettare che molte pagine restino private.

Pubblicare comporta una responsabilità ulteriore: chiedere tempo a un’altra persona. Ogni articolo dovrebbe essere degno di quella richiesta.

Il tempo del lettore non è una materia prima gratuita. È una porzione irripetibile della sua vita. Chi pubblica dovrebbe ricordarlo prima di aggiungere un’altra voce al coro, un’altra notifica allo schermo, un’altra pagina alla biblioteca sterminata nella quale già fatichiamo a distinguere i libri necessari da quelli che chiedono soltanto di essere contati.

Penso ancora al radioamatore.

Nel buio, in una stanza illuminata appena dagli strumenti, egli ruota lentamente la manopola. Attraversa scariche, fruscii, frammenti di lingue lontane. A un certo punto distingue un segnale. Non è necessariamente il più potente. È quello abbastanza chiaro da poter essere riconosciuto.

Ascolta.

Attende.

Quando trova lo spazio, pronuncia il proprio nominativo.

Forse la mia nuova fase editoriale deve cominciare così.

Il sito personale sarà il nominativo stabile, il luogo nel quale un lettore potrà riconoscermi e ritrovare la mia voce.

La sorgente, però, resterà altrove.

Sarà nel quaderno.

Nel gesto della mano.

Nel tempo sottratto al rumore.

Nella domanda che non ha ancora trovato una risposta.

La regola dell’acqua e quella della frequenza, alla fine, dicono la stessa cosa: la conoscenza richiede un corso e il pensiero richiede silenzio.

Non desidero occupare altro spazio soltanto perché lo spazio esiste.

Desidero costruire qualcosa che rimanga abbastanza a lungo da essere ritrovato e abbastanza chiaro da poter essere ascoltato.

Quando avrò davvero qualcosa da trasmettere, mi sintonizzerò sulla frequenza autorizzata e pronuncerò il mio nominativo.

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